HOMO – Opere di Enzo Mordacci

"Homo" opere di Enzo Mordacci Una mostra da non perdere.

“Homo” opere di Enzo Mordacci
Una mostra da non perdere.

 

Enzo Mordacci nasce nel 1947 a La Spezia, dove tuttora vive con la sua famiglia. E’ un figlio d’arte: suo padre Rino (1912 -2007) è uno scultore di talento e molto apprezzato.

Sin da adolescente si dedica alla pittura, la sua passione più grande, che coltiva con discrezione ed eleganza. Si occupa anche di antiquariato, l’altro suo grande amore, di cui diviene in breve un noto ed affermato esperto. La sua competenza in campo antiquario lo porta a frequentare le più famose aste italiane ed europee in qualità di consigliere del grande collezionista Amedeo Lia, spezzino di adozione.

 

La mostra di Enzo Mordacci è un appuntamento da non perdere.

Le immagini proposte nei quadri esposti hanno qualcosa di inusualmente provocatorio.

Figure la cui sfericità richiama il feto nel grembo materno; una nuova nascita, ricercata con ostinazione per redimere dalla disperazione generata dal decadimento ineluttabile della condizione umana.

Volti, come spersi , alla ricerca di risposte che non si possono trovare ma che continuano comunque ad interrogarsi; perché la domanda nasce con l’umanità e non può essere accantonata, mai.

Oggetti e corpi umani che ci appaiono come composti della stessa materia, senza soluzione di continuità.

Immagini simboliche delle mille inquietudini, delle mille domande senza risposta che si pongono a ciascun uomo esemplificate in zucche o sacchi (da aprire?), campanelle che annunciano cambiamenti, tuffi, uomini in piedi su una tavola sporgente; sempre al confine, sempre al limitare tra un essere spaurito ed un divenire che angoscia.

Questo tormento, questa presenza interrogante emerge dalle immagini proposte dal nostro autore che in sordina, lontano dai clamori del mondo, per una vita ha continuato ad affrontare i temi della sua, della nostra, avventura.

 

                                                                                                                       Antonio di Benedetto

 

E’ rischioso tentare una presentazione dell’opera pittorica di Enzo Mordacci partendo da zero, senza sostegno di qualche giudizio critico. Si aggiunga che questa minima scelta di quadri con esaustiva è, di fatto, la prima mostra pubblica dell’autore dopo una prima esposizione risalente a 9 anni fa.

Siamo di fronte ad un artista che s’impone per la forza del suo segno, lo spessore culturale e la spinta morale che lo caratterizzano. Perché, se pure risultano accantonati il trascendente e il divino, resta l’imperativo etico che dal bisogno di trascendenza deriva, e fornisce il respiro vitale dell’opera.

Quella che si offre nel quadro è un’umanità non celebrata, non riconosciuta, come costretta in una rabbia di incomprensione e impedita nella sua dignità. Con un sospetto: che sia proprio questa umanità di confine, stordita, superstite di una catastrofe precedente a riempire il desolato orizzonte con un esile filo di speranza.

L’affollato limbo di figure che il pittore moltiplica in situazioni e atteggiamenti, spesso sconcertanti, potrebbe far sospettare a un pubblico frettoloso di avere di fronte caricature, mentre si tratta invece di persone con alle spalle una storia, un condensato di esperienze che affiorano percepibili. La semplificazione è infatti solo apparente. Non c’è un percorso univoco; alcune opere spostano in un altrove alieno e disperato il dramma di una segregazione tutta interiore, in altre la gentilezza e il candore fuori dal tempo suscitano un incanto che ammalia.

E’ un’emozione rara incontrare un autore che, oltre a possedere un talento non comune, ha proseguito per decenni l’inesausto scavo della propria condizione esistenziale di uomo e ha coltivato con laica religiosità il mistero della creazione artistica realizzando un’opera che con la sua forza, la sua asprezza e la sua ansia di redenzione si è fatta vicina a quei silenzi “in cui le cose / s’abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto… … che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità”.

Guerrino Lombardi

 

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